La nascita del collezionismo moderno
Il viaggio in Italia ha radici lontanissime. Dal Medioevo, le strade italiane furono battute da tanti pellegrini, poi da mercanti, da artisti, predicatori, studiosi, oltre che da banditi, nullafacenti e avventurieri. Fu solamente dopo la pace del 1604 tra Spagna e Inghilterra che il Grand Tour divenne quasi una tappa obbligata nel percorso educativo dei giovani appartenenti all’aristocrazia ed alle classi più ricche della società europea ed inglese in particolare.
Fu Richard Lassels, nel suo Italian Voyage (1670), ad adottare per primo l'espressione Grand Tour, un neologismo che da quel momento sarebbe stato adottato universalmente. Il termine tour, che soppianta quello di travel o journey o voyage, chiarisce come la moda di questo viaggio si specifichi in un ‘giro’ particolarmente lungo (12-18 mesi) e senza soluzione di continuità, che può attraversare anche i paesi continentali ma ha come traguardo prediletto e irrinunciabile l'Italia. Non più l'Italia degli itineraria medievali, ma l'Italia delle cento città la cui fitta trama urbana diventa la meta prediletta di un nuovo pellegrinaggio. Il principale obiettivo del gran turista consisteva nell’ampliare i propri orizzonti e studiare l’economia, la politica, gli usi, la storia e la lingua dei paesi visitati così da preparasi in vista di una pubblica carriera. Altro scopo del viaggio, ma non meno importante, era l’acquisizione del ‘gusto’ attraverso l’apprezzamento diretto dell’antichità classica. Il Grand Tour rimaneva ad appannaggio di pochi a causa degli alti costi. Tuttavia il fenomeno non fece che ampliarsi durante il ‘secolo d'oro', così che fra 1760 e 1780 insieme all’accresciuto numero di stranieri sul suolo italiano, crebbero pure le lamentele degli stranieri assediati dai compatrioti e lo stuolo degli accompagnatori, sempre proporzionato al grado e alle facoltà del viaggiatore: medico, cuoco, valletto, pittore, musicista corriere, guardie del corpo, spesso, a loro volta, divenuti esperti relatori. Anche gli acquisti incidevano notevolmente: vi erano infatti in patria nuove case da costruitre, arredare o restaurare e lungo il percorso veniva offerta una gamma infinita di oggetti da compare, curiosità dei nuovi luoghi visitati e ricordi di viaggio: i cosiddetti souvenir del Grand Tour. E' così che si formarono le grandi collezioni private d'Oltralpe. Oltre ai gioielli e cammei, carte da musica e strumenti musicali, disegni e libri, acquerelli e quadri, mobili e ceramiche, marmi, bronzi terrecotte, medaglie, monete sigilli e reperti archeologici di varia natura, gli agenti e i mercanti inviavano dall’Italia pezzi pregiati per arredare le case di nobili e borghesi. Emblematico è il caso del duca Beaufort che fu costretto nel 1728 ad imbarcare da Livorno 96 casse conteneti opere d’arte e souvenir di varia natura acquistati durante la prima metà del suo viaggio Importante spartiacque nella storia italiana del Grand Tour fu la nuova straordinaria scoperta archeologica di Ercolano (1738) e Pompei (1748) che determinò le nuove coordinate negli itinerari italiani. Fino ad allora era stato possibile riconoscere i viaggiatori dalla loro provenienza, e si parlava, a buon diritto, di viaggiatori inglesi piuttosto che francesi identificabili nel fatto che gli uni prediligevano Venezia, gli altri Roma. Intorno alla metà del Settecento si assiste, invece a quella che è stata chiamata la «internazionalizzazione» del Grand Tour che unifica gli itinerari (da nord a sud) comprendendo intorno al nuovo epicentro costituito dalle due città una nuova serie di sottoitinerari alla scoperta di città e paesi minori.. Il viaggio - inteso più largamente come viaggio di formazione - interessa da vicino la schiera dei tutors, spesso scelti tra gli artisti, i letterati, gli uomini di cultura che, privi di mezzi materiali, erano provvisti di quel saggio discernimento da somministrare ai loro giovani signori. Fu questo una sorta di mecenatismo moderno, grazie a cui un gruppo davvero notevole di artisti o amatori d'arte godette della possibilità non solo di apprendimento ma di scambio. Il commercio intellettuale, favorito dall'incontro, si rispecchiò poi nel commercio di oggetti, opere d'arte, vedute, che cominciarono a circolare tra paesi visitati e madrepatria ampliando le possibilità di confronto e realizzando, in concreto, l'idea illuminista prima e romantica poi della cultura universale che l'uomo europeo sentiva come necessaria. Bibliografia C. De Seta, L’Italia del Grand Tour, Napoli, 1992 A. Brilli, Quando viaggiare era un’arte, Bologna, 1995 |